Tempo e benessere. A quale ritmo conduci la tua vita?

Significato di tempo:

Il tempo è la percezione e rappresentazione della modalità di successione degli eventi e del rapporto fra essi, la sua percezione è determinata dal rapporto tra il tempo dell’orologio e il tempo psicologico.

Esistono due idee fondamentali di tempo che risentono di fattori squisitamente culturali:

  1. Il pensiero cronometrico occidentale: il tempo è un’entità lineare e misurabile (conseguenza dell’organizzazione economica e della necessità di ottimizzarlo);
  2. Il tempo ciclico e puntiforme: tipico delle società tradizionali in cui il tempo è scandito dal passare delle stagioni o da eventi contingenti.

Il punto 1 richiama la cultura occidentale lentamente dominante come effetto della globalizzazione,  il cui introietto diffuso è che essere molto impegnati sia sempre fatto positivo, al punto che anche il tempo libero viene pianificato con lo scopo dunque di allontanare la possibilità di provare un “senso di vuoto”, al quale ci stiamo disabituando e che in altre culture è invece considerato momento di grande creatività.

In Psicoterapia della Gestalt si parla di “vuoto fertile”, sia inteso come lo spazio che intercorre tra Terapeuta e Paziente, sia come la capacità di ciascun individuo di fermarsi e connettersi con sé.

La mancanza di tempo come fonte di stress:

Mi capita sovente di affrontare con i miei Pazienti il tema della mancanza di tempo, poiché da loro riportato come uno dei principali fattori di stress, quasi sempre in copresenza a disturbi d’ansia e a disturbi psicosomatici.

Siamo costantemente sotto la pressione determinata dalla frenesia del ritmo esterno, un ritmo in cui si ha la sensazione che lo stesso tempo sfugga di mano, che non ci sia amico poiché non consente noi di assolvere a tutti i compiti di carattere lavorativo e privato, impedendoci di dedicare spazio ad attività piacevoli e ricreative.

Tale percezione spesso si traduce in sentimento di inadeguatezza: ad esempio una donna che lavora e che ha figli la quale racconta di non sentirsi sufficientemente adeguata in nessuno di questi due ruoli, poiché “vittima della continua fretta”;  Il ragazzo che fa il dipendente aziendale e che soffre la frustrazione di non essere “rapido e veloce come alcuni miei colleghi”; Ia libera professionista che lamenta la propria incapacità di “godermi i momenti di riposo, provo quasi un senso di colpa nel non essere produttiva”.

Quanto tale ritmo è umano? E quanto è più affine ad una macchina?

Sono i sentimenti sopracitati che alimentano affaticamento e svogliatezza, i quali a loro volta conducono a un continuo procrastinare attività e quindi ad una mala gestione del tempo stesso.

Una sorta di paradosso dove l’aumento di stress genera reazioni comportamentali emotive.

Cosa possiamo fare?

A livello terapeutico non possiamo certo intervenire sulla mole di impegni che la giornata richiede, ma si possono fare due cose:

  1. Affiancare la persona nell’individuare la determinante genetica che stabilisce quale momento della giornata abbia il picco di energia, esistono infatti persone definite “allodole”, ovvero molto attive soprattutto al risveglio e nelle ore successive, e persone definite “gufi”, ovvero attive nelle ore pomeridiane e serali. La comprensione di tale appartenenza ad uno o all’altro gruppo è fondamentale per decidere come calibrare e spalmare le energie nell’arco della giornata, nell’ottica di un adattamento individuale quindi personale.
  2. Affiancare la persona a riabituarsi al contatto con il vuoto fertile, con sé stessi, attraverso lo spazio dedicato in sede di terapia, incoraggiando il fermarsi, il respirare, il prendere contatto con i propri bisogni e quindi riabituando un aggancio al qui e ora, al tempo Presente che è esclusivamente l’unico tempo su cui qualsiasi essere umano ha potere.

Per tale finalità, accanto alla tecnica dialogica terapeutica si possono utilizzare specifici esercizi di meditazione e di fantasie guidate.

Quali benefici?

Un beneficio è certamente quello di esercitare l’autoregolazione dell’organismo, ovvero la possibilità che il Paziente impari ad autoregolarsi e a raggiungere l’omeostasi attraverso una maggiore fluidità nella dinamica figura-sfondo (ovvero imparare a riconoscere con esattezza quale bisogno in un dato momento si pone in primo piano mentre gli altri diventano sfondo, e distinguere tra i propri e gli altrui bisogni gestendo la confusione/confluenza).

Un altro vantaggio che tengo a sottolineare è lo svincolarsi dal senso di inadeguatezza sopracitato, prendendo consapevolezza di come certi vissuti emotivi risentano di fattori culturali emotivi e non razionali, dunque riuscire ad abbassare, ogni volta che ci si ferma, il livello di stress (non eliminare), di modo che ad ogni nuovo fattore stressogeno incontrato non si corra il rischio di superare la soglia limite di stress, oltre la quale interverrebbero reazioni nevrotiche o psicotiche.

Infine imparare a delegare ove possibile, imparare a dire No e Prendere fiato, per vivere.

Bibliografia e sitografia:

  • Black O., Bailey S.,.(2006), Give me time, Londra.
  • De Luca K., Spalletta E., 2011, Praticare il tempo, Roma.
  • Giusti E., 1994, Smettere di rinviare. Franco Angeli.
  • Mariano Pizzimenti, Luca Rivetti, 2020, ABC Gestalt, Manuale Pratico per psicoterapeuti, Franco Angeli.
  • Wikipedia.

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