“Quando il cibo significa altro”: le dinamiche familiari che contribuiscono all’insorgere dell’anoressia nervosa.

Molto comunemente si associa la parola anoressica ad una persona molto magra, ma pochi sanno definire veramente questo particolare comportamento alimentare.

Il DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) ha incluso l’anoressia nervosa all’interno dei più generali “disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, sancisce i criteri per definire e diagnosticare questo particolare disturbo:

«A. Restrizione nell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria disviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come peso inferiore al minino normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo previsto.

B. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.

C. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso».

In relazione ai criteri sopra elencati, si può affermare che le caratteristiche essenziali che delineano l’anoressia nervosa riguardano la persistente restrizione nell’assunzione di calorie, l’intensa paura di aumentare di peso e di diventare grassi ed una alterazione della percezione di sé relativa al peso e alla forma del corpo.

L’ambiente circostante può contribuire alla formazione di questo disturbo? Come?

Mara Selvini Palazzoli nutre la considerazione che il rifiuto della soddisfazione orale, quindi del bisogno di alimentarsi, produca, nell’anoressica un senso di maggiore sicurezza e conseguente potere personale in quanto, sentirsi “dipendenti” dal cibo è incompatibile con il bisogno di autonomia, sicurezza e potenza. Il bisogno di potenza dell’anoressica sarebbe una compensazione di una sofferenza interna di impotenza scaturita quando le potenzialità latenti dell’organismo sono state frustrate.

Il cibo per la ragazza anoressica non è in sé una cosa pericolosa, negativa, ma è «l’atto del cibarsi che è diventato pericoloso e angoscioso, l’atto del nutrirsi». Infatti, dalle descrizioni delle madri delle ragazze anoressiche, emerge come sin dalla nascita fossero molto rigorose e precise nell’alimentazione ma prive di gioia, entusiasmo e coinvolgimento nel farlo. Il cibo non era quindi fonte di piacere, di gusto, elemento di attrazione, bensì veniva assunto unicamente perché necessario al proprio organismo per sopravvivere.

Secondo quanto afferma la psicologa Elena Riva nel suo libro intitolato Adolescenza e anoressia, i disturbi del comportamento alimentare mettono in evidenza una conflittualità intrapsichica e relazionale relativamente a: il processo di separazione individuazione e la costruzione dell’identità di genere.

Il sintomo anoressico ha esordio nel periodo adolescenziale, momento di transito dalla fase infantile a quella adulta. È una fase in cui c’è ribellione nei confronti degli aspetti convenzionali, delle imposizioni, delle regole dettate dall’ambiente in cui l’adolescente sta crescendo. Si tratta di un periodo molto delicato per la ragazza, la quale avverte esserci in atto dei cambiamenti a livello fisico e psicologico.

Sul piano fisico, lo sviluppo puberale comporta modificazioni corporee che si manifestano nel giro di breve tempo, quali lo sviluppo del seno e l’allargamento dei fianchi, che inevitabilmente attirano l’attenzione degli adulti e dei coetanei.

Il corpo viene vissuto da una parte «portatore colpevole di quella eccessiva passività-recettività» e dall’altra parte «è sentito come invadente, prepotente e sopraffacente, e quindi assimilato all’ambiente esterno avente le medesime caratteristiche».

Si sono analizzate le figure di riferimento delle pazienti anoressiche, le modalità di accudimento e di attaccamento esistenti e si nota come queste figure genitoriali non sono state in grado di fornire il contenimento e il riconoscimento primario necessario al bambino dai primi mesi di vita al fine che avvenisse l’integrazione dell’Io.

Le madri delle pazienti anoressiche vengono descritte come «fragili e dipendenti, dotate di scarsa autostima e incapaci di rappresentare per le figlie un modello femminile di valore».

La cancellazione dei connotati femminili del corpo, che sembra essere l’ideale delle anoressiche, rivela il fallimento nel tentativo di integrare assieme l’ideale di donna, di madre e di persona nella formazione dell’identità.

Inoltre, è facile che l’adolescente nel pieno dello sviluppo provi un senso di rifiuto nel volersi identificare con un modello femminile di cui non nutre considerazione, svalutato, onnipotente ed intrusivo; impedire al normale sviluppo biologico di trasformare il proprio corpo rendendolo simile a quello della propria madre è una testimonianza di voler essere altro dalla madre, aspirando ad ideali autonomia, indipendenza, controllo, tipicamente maschili.

Mara Selvini Palazzoli definisce le madri delle ragazze anoressiche «incassatrici di umiliazioni» in quanto spesso la situazione familiare di origine nella quale vivevano queste madri privilegiavano i figli maschi e svalutavano le femmine, sviluppando nel genere femminile un senso di inadeguatezza che ha generato invidia e risentimento nei confronti del genere maschile.

Queste madri, che provengono da famiglie così svalutanti, riversano nei confronti delle figlie ideali di perfezione, come a testimoniare il desiderio che si facciano «garanzia di diversità e insieme una compensazione della mancanza originaria che la figlia femmina rispecchia». Questo si traduce in un rifiuto inconscio di una figlia troppo simile a sé ma al tempo stesso di un desiderio di unione con lei.

Si tratta quindi di casi che non permettono il riconoscimento dell’individualità ma piuttosto hanno un progetto di investimento sulla figlia, la quale si farà portatrice di ideali, obiettivi e desideri che appartengono all’ambiente nel quale cresce, ma non a sé stessa. Il fallimento dell’ideale femminile che queste madri possedevano ma che non sono state in grado di realizzare, perché dedite esclusivamente al legame di coppia e alla famiglia, porta al rischio che le figlie diventino il ricettacolo delle identificazioni proiettive materne, acquisendo così in un certo senso il compito di realizzarle, diventando ciò che le madri non sono potute diventare, persone realizzate e di successo.

Il bisogno della madre di attenuare quello stato di depressione scaturito dall’incapacità di aver realizzato il proprio ideale femminile, porta a radicare un comportamento materno sacrificale, ossia un legame fortemente invischiato.

Quello che emerge dall’analisi delle madri delle pazienti è che sono donne impegnate nel dialogo intergenerazionale con i figli, ma fortemente bisognose di un rapporto intimo e confidenziale con le figlie come se dovessero sostituire il rapporto non coinvolto con il marito e dall’altro lato impegnate nel preparare alla ragazza la strada per il successo.

Non sempre risultano madri anaffettive o distaccate emotivamente, piuttosto cercano un «legame soffocante» con la figlia, la quale si sente troppo coinvolta nel rapporto al punto di sentirsi in trappola e incapace di svincolarsi.

Bruch e Palazzoli hanno evidenziato che il modello materno si presenta fragile per tollerare una differenziazione tra la madre e la figlia e di conseguenza quindi, in quest’ultima, ne è interiorizzata un’immagine materna di tipo persecutorio, che suscita nell’adolescente la preoccupazione che diventare donna significhi diventare la madre.

Infine analizzando le madri delle ragazze anoressiche si è visto come a loro volta molte di loro hanno avuto problematiche alimentari in adolescenza, solitamente non gravi e passeggere. Questo fatto testimonia come a loro volta queste madri non fossero state in grado di costruirsi una solida identità femminile e perciò non deve sorprendere come non siano poi in grado di sostenere la figlia nell’acquisizione di una femminilità che le loro stesse madri hanno rifiutato.

Il ruolo della madre nella vita del bambino e dell’adolescente è di importanza fondamentale così come è di grande rilevanza la figura del padre.

Nella seconda metà del secolo scorso, con la trasformazione della società, si sono trasformati anche i ruoli genitoriali. Il ruolo del padre da posizione di maggior rilievo e prestigio all’interno della famiglia in quanto guida per i figli nel mondo esterno, è andato ad assumere una posizione più marginale rispetto al crescente interesso verso la figura materna e del rapporto madre-figlio.

Questo fenomeno si è sviluppato in concomitanza ad un cambiamento del sistema familiare in cui il numero sempre più crescente di divorzi e di separazioni ha comportato una disgregazione di quei legami ed equilibri propri di una famiglia unita. Il cambiamento dell’assetto familiare dà l’incarico alla madre di prendersi cura per la maggior parte del tempo dei figli e concede al padre invece un tempo più limitato, questo comporta una quantità di tempo maggiore trascorsa con un modello di riferimento femminile a discapito di quello maschile con la conseguente probabilità che si vengano a creare delle problematiche evolutive soprattutto nel periodo adolescenziale, per la fragilità propria di questa fase.

Verso la fine degli anni Settanta, numerosi studi iniziarono a correlare l’assenza della figura paterna nella cultura educativa a fenomeni di disagio giovanile emergenti, evidenziando come la debolezza, la marginalità, l’intermittenza o l’assenza del padre fosse uno dei fattori che determinasse una crisi nella crescita.

Il ruolo del padre è dunque quello di mettere a contatto il figlio con la realtà per quella che è, aiutandolo a fare leva sulle proprie risorse personali per riuscire a fare fronte a tutte le diverse situazioni della vita. Una figura paterna meno coinvolta in questo compito rende i figli molto più vulnerabili nei confronti del mondo perché viene a mancare un ruolo guida su cui poter fare riferimento.

Nello specifico della patologia anoressica, i padri di queste ragazze possono solitamente essere “complici”.

Questo è il caso che nasce a seguito di una crisi del legame coniugale in cui il padre svaluta la moglie così come la figlia adolescente fa nei confronti della madre, questo atteggiamento condiviso tra padre e figlia crea una «collusione istigatoria contro la madre».

L’atteggiamento che si nota in queste adolescenti è quello di studentesse e sportive modello, così facendo conquistano il padre assicurandosi con lui un rapporto privilegiato e privo da conflitti.

Un altro ruolo che il padre può ricoprire è quello di «padre assente», vengono descritti insicuri, incerti nel loro ruolo di padre, spesso assenti e troppo impegnati in altri ambiti, autoritari e prepotenti; questo atteggiamento priva la figlia di un modello educativo di riferimento, rimanendo imbrigliata nella relazione con la madre che il più delle volte tende ad essere una relazione soffocante che impedisce l’emancipazione.

Infine un altro modello paterno proposto è quello “timoroso”, spesso imbarazzato di fronte alla nuova corporeità della figlia. Il ruolo importante che il padre in adolescenza dovrebbe assumere è quello di «valorizzare socialmente i figli […] anche la valorizzazione del corpo erotico della figlia, che deve essere dal padre riconosciuto e in qualche modo festeggiato». Se questo non avviene perché il padre non è il grado di fare ciò, quello che si genera nella adolescente è un senso di svalutazione ed indifferenza che si traduce in una difficoltà a mentalizzare ed accettare il proprio corpo in trasformazione.

Per concludere, la figura paterna delle adolescenti che soffrono di anoressia è spesso nel rapporto con la figlia molto distaccata emotivamente, esclusa dal rapporto che si instaura tra la madre e la figlia, ma spesso crea con quest’ultima un rapporto privilegiato rispetto che con la moglie per problematiche relative al legame di coppia. La descrizione che proviene da Mara Selvini Palazzoli è di una figura paterna emotivamente assente, sopraffatto e svalutato dalla moglie, la quale nella quasi totalità dei casi rappresenta la figura dominante.

Dalla analisi della figura materna e paterna emerge come sia di fondamentale importanza il ruolo che essi assumono all’interno del nucleo familiare e il significato che assume il legame che ciascuno instaura con il figlio.

Come intervengono le dinamiche familiari nel quadro dell’anoressia nervosa?

Mara Selvini Palazzoli nel suo libro intitolato L’anoressia mentale dall’esperienza da lei fatta con le famiglie delle ragazze anoressiche, sostiene che nella maggior parte dei casi non vi erano casi di legami di coppia affettivi tra i coniugi, si trattava di famiglie apparentemente ideali, lavoratrici, dedite al lavoro, responsabili, che aderivano a norme sociali e morali ma molto interessate più all’immagine che del nucleo familiare traspariva all’esterno.

Nell’opera sono state descritte le caratteristiche delle famiglie di soggetti anoressici i cui tratti sono:

«- una cultura affettiva fortemente orientata al successo, con cui i genitori compensano vissuti inconsci di mancanza e di inadeguatezza;

– labili confini fra individui e generazioni, che favoriscono continue intrusioni negli spazi fisici e psicoemotivi dei singoli riducendone gli ambiti di privatezza ed autonomia […];

– evitamento dei conflitti, non per la presenza di tensioni conflittuali, ma per la tendenza a non esplicitare e a non dare solo soluzioni che possano favorire i processi di differenziazione».

Il clima familiare nel quale si trovano queste adolescenti è spesso improntato alla competizione e al successo, questo fa sì che nell’adolescente si strutturi quindi un Io molto rigido e severo che pretende molto in ambito principalmente sportivo e scolastico (le ragazze anoressiche solitamente sono eccellenti studentesse e hanno molta disciplina e resistenza a livello sportivo nel raggiungimento degli obiettivi posti).

I confini tra generazioni, che appaiono molto fragili, sono testimonianza di meccanismi disfunzionali che hanno radici nella relazione coniugale o addirittura hanno origini nell’infanzia dei genitori, nel loro ambiente familiare di origine.

Inoltre in queste famiglie sembra che il conflitto non sia tollerabile e non sia esplicitabile.

L’adolescenza è una fase ricca di contraddizioni, di cambiamenti e di trasformazioni e in quanto tale comporta conflitti che devono essere affrontati e risolti per far si che tale fase sia vissuta in maniera costruttiva e sana. Questo non sempre avviene però, il conflitto implica differenziazione e tale differenziazione è vissuta come una minaccia dal sistema familiare.

Lo psichiatra statunitense Jay Douglas Haley ha voluto approfondire le modalità comuni di funzionamento delle famiglie di pazienti anoressiche.

Nelle sue ricerche ha voluto studiare diversi aspetti tra i quali comprendere in che modo i membri della famiglia delle pazienti anoressiche qualifichino le proprie comunicazioni. Quello che è emerso è di una qualifica delle proprie comunicazioni coerente, ossia si dimostrano «sufficientemente sicuri di quanto dicono e del loro diritto di dirlo».

Altro elemento che è stato studiato è in quale modo i membri della famiglia qualifichino i degli altri componenti. Inerente a questo aspetto si è visto che «il rifiuto dei messaggi altrui è […] la modalità di massima frequenza». È raro che un membro della famiglia confermi quanto l’altro stia dicendo, spesso lo contraddice, c’è dunque il diritto ad esprimersi ma è colpito il contenuto del messaggio trasmesso.

Altri casi invece non utilizzano il rifiuto bensì la squalifica, per cui i genitori stessi tendono a squalificare e non considerare i chiari miglioramenti della figlia malata.

Un altro aspetto che ha voluto analizzare sono i ruoli di leadership nel sistema familiare. Ciò che si nota è una grande difficoltà nell’assunzione del ruolo di leadership, ciascun genitore tende a giustificare tutte le proprie decisioni. Il comportamento non sembra dettato dal desiderio del singolo ma dipeso dalle esigenze dell’altro, dunque per il bene di qualcun altro, a discapito del proprio. Questo schema di comportamento è assunto così anche dalla paziente anoressica che «anch’essa si è sempre sacrificata per il bene degli altri, così come vuole la regola esplicita della famiglia».

La patologia anoressica quindi diventa la nuova leadership della famiglia, è essa a dettare le regole in quel sistema familiare.

Penultimo aspetto che è stato sondato ha a che fare con le alleanze.

Nelle famiglie formate da tre membri l’alleanza più frequente è quella che si esplicita con: “due contro il terzo”.

Questa situazione spesso è presente nei casi in cui la coppia coniugale presenta delle divisioni, dei conflitti interni per cui non costituisce una vera e propria unione. Quello che accade in questi casi è che si designa il figlio a «[…] soddisfare in maniera vicaria quanto fa difetto nel coniuge frustrante».

La paziente anoressica si trova così a dover ricoprire due ruoli diversi: il ruolo del marito per la madre e il ruolo della moglie per il padre.

Quello che si viene a creare in questi casi è un «matrimonio a tre», ciascuno dei membri della famiglia risulta essere “sposato” con due persone: il coniuge e la figlia.

Questo equilibrio che la famiglia in questo modo riesce a trovare, al posto di venire messo in crisi nel periodo della pubertà quando la figlia avverte la necessità di attuare una propria identità personale, al contrario mette in crisi l’adolescente che non trova l’energia necessaria per ribellarsi a tale condizione. Quello che avviene è perciò una rassegnazione a tale ruolo con il risultato del manifestarsi del disturbo anoressico.

Infine il tratto caratteristico che emerge nella coppia genitoriale è una mancanza generale di assunzione di responsabilità di entrambi i genitori in riferimento alla patologia della figlia.

L’autoaccusa delle madri legata ad un eccesso di attenzioni e di cure verso la figlia, è seguita da una giustificazione nella quale affermano che quanto da loro è stato compiuto era quanto di meglio pensavano di poter fare.

Nel momento in cui però la stessa accusa che si erano mosse dovesse provenire dall’esterno (il marito per esempio), queste madri vanno nelle difensive e minacciano anche di andarsene di casa.

I padri invece si attribuiscono diverse qualità quali il buon senso, l’equilibrio, la relazionalità e dicono che per mantenere la pace in famiglia hanno accumulato tensioni senza esprimerle.

Nell’analisi della patologia anoressica bisogna inoltre rivolgere l’attenzione alla dimensione di coppia, ossia come è strutturato il legame coniugale e poi quello genitoriale.

La coniugalità e la genitorialità sono due dimensioni della relazione, la coniugalità implica la nascita e lo sviluppo della relazione di coppia mentre la genitorialità la progettazione e la realizzazione della sfera generativa.

Quando ci si riferisce alla nascita di una coppia si può parlare di “collusione” per intendere quell’accordo reciproco e inconsapevole che determina un rapporto complementare nel quale ciascuno accetta di sviluppare parti di sé conformemente ai bisogni dell’altro, rinunciando a svilupparne altre che proietta nel compagno.

Questo processo è inevitabile nell’incastro di coppia ma può essere portatore di crisi e psicopatologia nel momento in cui gli aspetti collusivi non si evolvono con i mutati bisogni e desideri.

Il rischio di crisi può emergere nel momento in cui nella relazione di coppia si cerca di dare soluzione ai propri problemi irrisolti che derivano da condizioni disfunzionali delle generazioni precedenti.

Riassumendo, famiglie in cui regnano forme di iperprotettività e di controllo dei legami familiari, in cui volersi bene vuol dire condividere tutto, non differenziarsi, non avere segreti, non rendono possibile il processo di differenziazione dalla famiglia, che nel periodo adolescenziale dovrebbe avvenire per un corretto sviluppo della propria identità.

Di fronte a questo corpo quasi invisibile, al rischio di morte che questa malattia può comportare, i genitori spaventati si attivano e la famiglia «recupera funzioni di accudimento» che sono proprie solitamente nei confronti di una figlia bambina e non adolescente, bloccando così ancor di più il rischio di differenziazione e separazione che la fase adolescenziale aveva portato in famiglia.

Questo può avvenire nel caso in cui il divorzio dei genitori venga vissuto con grande dolore dalla figlia ancora piccola, la quale ha vissuto per un periodo di tempo molti conflitti e discordie nel suo ambiente familiare con la conseguenza che queste tensioni hanno determinato in lei una perdita di attenzioni e di amore. I genitori troppo impegnati nelle loro discussioni hanno trascurato la figlia abbandonandola a sé stessa. Il legame di attaccamento che si è sviluppato tra la madre e la bambina potrebbe essere stato insicuro per la mancanza di costanza nelle cure e di attenzioni rivolte all’infante.

Quello che nel periodo adolescenziale può avvenire è l’esordio della patologia anoressica perché alla base la ragazza nutre il bisogno di essere vista, amata e considerata, quella che Fabiola De Clercq definisce «fame d’amore».

Il calo ponderale e improvviso del peso della figlia, il rifiuto di alimentarsi, il mancato sviluppo puberale, il basso tono dell’umore, la solitudine, la diminuzione dei contatti sociali con i coetanei porta i genitori a preoccuparsi per la sua salute e per questo a unirsi di più, ponendo fine alle litigate, agli scontri, ai conflitti rivolgendo le loro attenzioni alla salute della figlia, ora nuovo centro di interesse per la famiglia.

Questo atteggiamento ha come reazione nella ragazza una regressione del disturbo anoressico, quello che accade è una diminuzione di quei comportamenti tipici dell’anoressia come il rifiuto del cibo, i comportamenti compensatori e il continuo check del corpo.

I genitori sollevati da questo progresso dello stato di salute della figlia allentano tutte le attenzioni che rivolgevano a lei fino a quel momento dettate dalla paura del suo stato di salute fisico e riprendono i conflitti di base.

Questo spesso si traduce in un ritorno del disturbo anoressico immediatamente in seguito al ripetersi della situazione familiare conflittuale che fa ricadere l’adolescente nella stessa situazione di “pericolo”.

Il rischio in questi casi è che si venga a creare un meccanismo di “coazione a ripetere” e che la malattia sia destinata a permanere alternando periodi di regressione dei sintomi in base alle diverse dinamiche familiari che si manifestano.

Il sintomo anoressico sembra segnalare un tentativo di risolvere un problema di tipo evolutivo: si fa testimone della presenza di un disagio per la difficoltà a differenziarsi dalla famiglia. Il sintomo «riassume in sé la grammatica e la sintassi dell’organizzazione e del funzionamento del sistema familiare», si fa quindi portatore di dinamiche familiari disfunzionali.

Il corpo sembra dunque essere l’unico mezzo di comunicazione che dispone il soggetto per informare del proprio disagio.

Riferimenti bibliografici

  • BIONDI Massimo, DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, trad. it. F.S. Bersani, E. di Giacomo, C. M. Inganni, N. Morra, M. Simone, M. Valentini, Milano, Cortina Editore, 2014.
  • CLERICI M. et al., Disturbi alimentari e contesto psicosociale. Bulimia Anoressia e obesità in trattamento ospedaliero, Milano, Franco Angeli, 1996.
  • DE CLERCQ Fabiola, Fame d’amore. Donne oltre l’anoressia e la bulimia, Milano, Rizzoli, 1998.
  • GIACOMETTI Katia – MAZZEI Dino, Il terapeuta sistemico-relazionale. Itinerari, mappe e nessi tra interazioni e rappresentazioni, Milano, FrancoAngeli, 2011.
  • RIVA Elena, Adolescenza e anoressia. Corpo, genere, soggetto, Milano, Raffaello Cortina, 2009.
  • SELVINI PALAZZOLI Mara, L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia familiare, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006.

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