Il Disturbo Ossessivo Compulsivo: la sofferenza del paziente e dei suoi familiari

Quando un paziente con DOC richiede la terapia, quello che ci colpisce è la profonda sofferenza di chi giornalmente impiega il tempo a rincorrere una soluzione, una tranquillità, una pace che non arriva mai! Una soluzione MAGICA, che allevi l’ansia e la paura che dalle nostre azioni dipendano eventi catastrofici o imbarazzanti o pericolosi per la nostra o altrui salute.

Le manifestazioni del DOC sono innumerevoli: c’è chi non riesce ad uscire da casa perchè non è mai certo di aver chiuso il gas, chi è costretto a pregare o farsi la croce per tre o più volte prima di emettere un certo comportamento, chi deve ricontrollare mentalmente quante volte ha toccato la maniglia della porta, chi deve lavarsi continuamente le mani, chi guidando torna sulla strada percorsa per controllare se ha investito qualcuno etc etc…

Solo qualche esempio di COMPULSIONI che seguono altrettanti pensieri intrusivi definiti come OSSESSIONI.

Ma ciò che rappresenta una particolarità di questo disturbo, è che è CAMALEONTICO, ossia anche dopo periodi di remissione si può manifestare in forma diversa dalla precedente.

Il trattamento di questo disturbo così mutevole, è pertanto lungo e delicato ed oltre agli aspetti comportamentali deve affrontare i temi del disgusto e del sentimento di colpa che spesso si osservano essere il motore di questa condizione psicologica di sofferenza che è invalidante della qualità di vita del soggetto che ne è affetto.

I criteri diagnostici per individuare il DOC sono i seguenti:

  • presenza di ossessioni, compulsioni, o entrambi
  • le ossessioni sono dei pensieri o delle immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi ed indesiderati e che suscitano forte ansia e disagio
  • il soggetto tenta di ignorarli o sopprimerli mettendo in atto altri pensieri o azioni (cioè mettendo in atto una compulsione)
  • le compulsioni sono:
  • comportamenti ripetitivi (es. lavarsi le mani, riordinare, allineare, controllare) o azioni mentali (es. contare, pregare)
  • questi comportamenti per il paziente hanno lo scopo di far diminuire l’ansia provata o mirano a prevenire eventi temuti, ma sono spesso irrealistici e non collegati con ciò che si vuol prevenire o scongiurare.
  • Le ossessioni o le compulsioni fanno consumare tempo (più di un’ora al giorno) o causano disagio clinicamente significativo con compromissione del funzionamento in ambito sociale o lavorativo o in altre aree importanti.

I familiari dei pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo sono sempre coinvolti direttamente o indirettamente e loro malgrado, nella sintomatologia del loro congiunto.

Talvolta è il paziente a chiedere aiuto al familiare per l’esecuzione dei rituali, altre volte invece è il familiare che “soccorre” oppure altre ancora rimane inerme; ne deriva che le relazioni interpersonali complicano il disturbo, mentre si agisce “nella speranza” di risolverlo.

In letteratura si parla di accomodamento ed antagonismo, per indicare le diverse posizioni dei familiari nel disturbo. Se le famiglie accomodanti sono le famiglie che tendono a partecipare alla sintomatologia del paziente, a tollerarla ed accoglierla soddisfacendo le sue richieste ossessive, le famiglie antagoniste sono quelle che si oppongono e si mostrano particolarmente severe e critiche nei confronti del paziente e della sintomatologia (interrompono o impediscono con la forza le compulsioni, esponendo in maniera traumatica agli stimoli ansiogeni).

Esempi di accomodamento sono: lavare oggetti o anche se stessi secondo le indicazioni del paziente, fornire rassicurazioni, essere presenti mentre il paziente svolge rituali di controllo per rassicurarlo sulla loro corretta esecuzione, aiutare il paziente ad evitare gli oggetti temuti in quanto con gli stessi potrebbe agire in modo aggressivo (es. togliere tutti i coltelli da casa), lasciare tutto nell’ordine prestabilito dal paziente anche se l’ordine riguarda oggetti di uso comune.

Purtroppo nonostante le buone intenzioni di cura e supporto, l’accomodamento è un fattore prognostico negativo, in quanto riduce nel breve termine l’ansia ed il disagio, ma nel lungo termine contribuisce al mantenimento del DOC impedendo al paziente di esporsi a quelle esperienze  che disconfermerebbero le sue credenze circa la probabilità di accadimento dell’ evento temuto. Il paziente se sostenuto dal familiare non correrà mai il rischio di provare a comportarsi diversamente.

Anche l’antagonismo comporta l’inasprimento della sintomatologia; l’umiliazione esperita lo porterà a sentirsi colpevole e disprezzato e per questo ancor di più indotto a investire  nell’attività preventiva per evitare di essere disprezzabile in futuro.

In definitiva il ruolo del familiare nel DOC è importante e scomodo e fonte di pena, paura, rabbia ed esasperazione.

E’ auspicabile che attraverso un protocollo di psicoeducazione al disturbo, il familiare impari a non essere più accomodante e che nello stesso tempo non scivoli nella condotta opposta dell’antagonismo. Il familiare è importante che segua questi brevi ma utili consigli:

  • non assecondare le richieste ossessive di rassicurazione
  • non aiutare il paziente nell’esecuzione dei rituali
  • non consentire di evitare situazioni temute sostituendosi al paziente
  • non accettare che regole e abitudini casalinghe vengano stravolte dai rituali imposti dal DOC
  • imparare gradualmente ad opporsi con gentilezza, ma in modo fermo e sicuro, alle richieste ossessive
  • non rimproverare il paziente nè bloccarlo bruscamente nei rituali

 Si evince quanto sia complesso affrontare un tale disturbo così variabile e così forte tanto che spesso diventa cronico nel tempo, pertanto è fondamentale ricorrere a trattamenti specialistici adeguati per sé e la propria famiglia.

Bibliografia

  • “la mente ossessiva” Francesco Mancini
  • “affrontare il disturbo ossessivo-compulsivo” quaderno di lavoro , Francesco Mancini e Paola Spera

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