Una scelta importante

In base a cosa scegliere una scuola di specializzazione rispetto ad un’altra? Come scegliere il modello più adatto?  Quale modello o approccio è più confacente alla propria esperienza e in grado di spiegare  e risolvere al meglio le difficoltà e i problemi che io stesso ho incontrato nella vita o che hanno affrontato le persone a me vicine?

Appena terminata l’esperienza di tirocinio e superato l’esame di stato, sarà la scelta più importante da affrontare e che accompagnerà il professionista per tutta la carriera.

Nonostante le differenze pratiche siano ancora sostanziali, ad oggi molte scuole si sono spinte fino all’integrazione e alla collaborazione.

Scuola di Psicoterapia ad Orientamento Sistemico Relazionale: LA MIA SCELTA

“I processi mentali sono costruiti e mantenuti nell’interazione con altre persone”

G. Bateson

La psicoterapia sistemica o sistemico-relazionale o familiare origina dalla più generica Teoria dei Sistemi, derivante dal pensiero di matematici, fisici e ingegneri e nasce negli anni 50 negli Stati Uniti d’America ad opera di Bateson e della scuola di Palo Alto di cui principali esponenti sono Jay Haley, Don Jackson, Paul Watzlawick.

L’individuo è considerato all’interno di un sistema di relazioni ed esperienze significative, che si sono verificate durante la sua vita. Questa lettura porta il terapeuta a contestualizzare il problema psichico rispetto alle esperienze relazionali passate e presenti dell’individuo. Lo scopo della psicoterapia sistemico relazionale è quello di cercare e trovare nuove modalità relazionali che siano funzionali al sistema di appartenenza e non solo al contesto familiare, ma anche amicale e lavorativo. 

La terapia sistemico-relazionale si concentra sulle relazioni familiari e di coppia, sui pattern interattivi disfunzionali e sulle narrative che si costruiscono assieme agli altri membri della famiglia che amplificano i problemi e creano psicopatologie, su presente, passato e futuro. La terapia sistemica è flessibile, applicabile a servizi, contesti, problemi, format diversi e a pressoché tutte le psicopatologie. Dispone di un un modello globale di funzionamento della mente e del comportamento umano.

La terapia e la pratica sistematica sostengono l’idea che i rapporti familiari costituiscono una parte fondamentale della salute emotiva di ciascun membro all’interno di tale nucleo. Questo tipo di terapia può aiutare le persone a trovare il modo di far fronte in modo collaborativo a qualsiasi disguido, incomprensione e ai dolori che colpiscono le relazioni mettendo a dura prova l’unità familiare.

La terapia familiare si occupa più comunemente di eventi stressanti e traumatici, come il divorzio e la separazione, la malattia o la morte di una persona cara, le fasi e i cambiamenti comuni del ciclo vitale che ad ogni modo comportano dei momenti di crisi transitoria. Non da meno sono i problemi legati al lavoro e alla scuola, alle difficoltà psico-sessuali nelle coppie e il conflitto tra genitori e figli soprattutto, ma non solo, durante l’adolescenza. In collaborazione con gli operatori sanitari i terapeuti possono occuparsi dell’intero nucleo familiare per affrontare casi di iperattività ADHD, la Sindrome di Asperger nei bambini, i disturbi alimentari, le dipendenze, la depressione, che seppur sembrano coinvolgere solo la persona interessata, coinvolgono pesantemente tutta la famiglia.

Come appena detto, inevitabilmente, il problema del singolo diventa il problema della famiglia, innescando nuove e patologiche dinamiche o semplicemente sottolineandone alcune già preesistenti; è per questo che la terapia sistemica prova a lavorare su tutti i componenti della famiglia così da individuare i punti di forza e di debolezza all’interno del sistema familiare, impostare obiettivi e mettere a punto strategie per risolvere diversi problemi, sviluppare le proprie capacità di comunicazione, rendere l’intero nucleo familiare decisamente più forte.

Importante è fare attenzione alle diverse forme di famiglia, relazioni, credenze e culture senza mai perdere l’attenzione sul singolo; è efficace per le persone di ogni età e provenienza. La terapia familiare in genere si svolge sotto forma di sessioni. Le sessioni che coinvolgono i bambini, per esempio, possono includere disegni e giochi o esercizi per aiutarli a esprimere le proprie emozioni in modo più creativo e coinvolgente.

Cosa succede durante una sessione di terapia sistemica?

Fondamentale è che i terapeuti sostengano un buon sistema di interazione, dando a tutti la possibilità di partecipare alla discussione; durante la sessione i terapeuti non devono schierarsi con nessuno o incolpare qualcuno, ma coinvolgere la famiglia a condividere le paure e i punti di vista di ognuno che regolarmente mettono in crisi il sistema. Il numero dei membri della famiglia che frequentano ogni sessione può variare, a seconda degli obiettivi della terapia. Alcuni terapeuti familiari lavorano individualmente, altri collaboreranno con un co-terapeuta.

La co-terapia è una tecnica di psicoterapia diffusa in tutto il mondo caratterizzata dalla compresenza nella stanza di terapia di due psicoterapeuti. In molte scuole di specializzazione viene impiegata per la formazione degli psicoterapeuti. Come afferma Virginia Satir (1991),“la co-terapia è uno stare in relazione che non può prescindere da una conoscenza ed esperienza specifica: uno dei due infatti, ha un’esperienza specifica in un ambito particolare, ha la possibilità di provare sentimenti di accoglimento e ascoltare i clienti in modo da poterli sostenere lungo il processo, favorendo così un apprendimento nel collega. “Per lo psicoterapeuta in formazione questa tecnica si traduce, nella pratica, in una sorta di supervisione diretta. La presenza di due terapeuti di diverso genere, un uomo e una donna, rappresenta inoltre, a mio avviso, una garanzia di pluralità e diversificazione dei punti di vista: “il maschile e il femminile”. I pazienti possono così, ad esempio, immedesimarsi nel terapeuta dello stesso sesso e contemporaneamente confrontarsi con una persona diversa dal proprio partner, rappresentata dal terapeuta di sesso opposto.

Già Virginia Satir (1991), Roller e Nelson (1991) riconoscono nelle differenze di genere tra i due terapeuti, all’interno della seduta, una risorsa per l’evoluzione del processo terapeutico. Satir sostiene che l’apprendimento di comportamenti negli individui avviene sulla base di modelli e come il buon “parenting”, la co-terapia è infatti legata a solidi principi di apprendimento familiare. I pazienti, infatti, hanno la possibilità di rivisitare la propria storia familiare, attraverso la trasposizione di una situazione triangolare arcaica che hanno vissuto all’interno della loro famiglia, nel processo terapeutico.

Inoltre la co-terapia garantisce un continuo monitoraggio delle tematiche trattate e una maggior attenzione ad aspetti che possono sfuggire all’osservazione di un solo psicoterapeuta. Roller e Nelson (1991), ad esempio, riconoscono nella diade madre-padre, un rispecchiamento importante per i pazienti, funzione che può essere assolta dal lavoro dei terapeuti. Potrebbe, infatti, accadere che il paziente si senta protetto e amato dal terapeuta-padre, senza però perdere l’approvazione e l’amore della terapeuta-madre.

Un esempio di come la co-terapia possa essere di aiuto è quello dei 6 fattori che concorrono al processo di costruzione della relazione tra i co-terapeuti:

  1. equilibrio complementare delle capacità dei terapeuti, che è inteso come sapersi rapportare in modo bilanciato e complementare;
  2. compatibilità dei punti di vista teorici dei terapeuti inteso come complementarità più che omogeneità dei punti di vista;
  3. apertura nella comunicazione strettamente connesso al concetto di fiducia, rappresenta il sentirsi liberi di esprimere le proprie ipotesi;
  4. uguaglianza nella partecipazione, riferita più che altro al sentire del terapeuta, nel senso che ognuno partecipa secondo quello che è la dose di impegno che può garantire in quel momento;
  5. apprezzamento dell’altro come persona;
  6. rispetto.

E’ quanto ho sperimentato in prima persona nel corso della mia formazione. Essendo stata la mia prima esperienza di psicoterapia, all’interno di un percorso formativo, è stato fondamentale per me che il “collega”, che spesso facevo fatica a chiamare così, perché sentivo più pregnante la figura del didatta/supervisore, abbia fatto in modo che io potessi sentirmi a mio agio, rispettata, apprezzata come persona.

Di contro è possibile che ci sia competizione tra i due terapeuti o nel caso della formazione, “dipendenza” dal didatta; verosimilmente a causa del timore reverenziale che il terapeuta in formazione nutre rispetto al didatta e del giudizio. Sicuramente quest’ultima paura ha accompagnato anche me in diverse occasioni, portandomi in alcuni momenti a non intervenire, a sentirmi frenata, solo a causa di un mio personale timore.

Tuttavia il confronto con il collega/didatta, con i colleghi del “gruppo di formazione” dietro lo specchio unidirezionale, nei pre e post seduta, la possibilità di “rivedermi” nelle videoregistrazioni, mi hanno poi permesso di riflettere e accedere a livelli sempre maggiori di consapevolezza. Da un certo momento in poi però è come se, piano piano, mi fossi scrollata di dosso la paura del giudizio e forte delle mie “nascenti” consapevolezze ho imparato ad agire con sempre maggiore libertà di espressione dando voce alle mie emozioni.

Quante sedute di terapia sistemica sono necessarie?

Non c’è una regola precisa o una risposta certa a questa domanda; in generale necessitano da sei a venti sessioni per le famiglie che vogliono lavorare sui loro punti di forza e trovare il modo per andare avanti. Le sessioni possono durare da 50 a 90 minuti. Gli intervalli tra una sessione e l’altra potrebbero essere di diverse settimane a seconda di vari fattori, come ad esempio i problemi affrontati, la fase del trattamento e le esigenze dei membri della famiglia. Si tende ad iniziare con un incontro a settimana per poi allungare i tempi in base ai progressi del singolo che spesso si fa avanti per la richiesta di aiuto e della famiglia. Ovviamente, tutto ciò che fa parte delle nostre conoscenze dalla teoria alla pratica della terapia familiare, come anche la durata delle sessioni, saranno sempre il risultato soggettivo di una collaborazione  e relazione tra il terapeuta e la famiglia.

BIBLIOGRAFIA

Andolfi, M, Angelo C, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino, 1987

Agostini, B., Maione, P., (1991) Riflessioni su una esperienza di coterapia in un dipartimento di salute mentale, in Psicobiettivo, Vol. (11), 1,77-85.

Buttafarro, M., Currieri, G., (2012) “Terapeuti tra gli specchi”, in Rivista di psicoterapia Relazionale, 35, 63-74.

Giusti, E., Montanari C., (2005) La co-psicoterapia, Roma: Sovera Multimedia s.r.l.

Liotti, G., Farina, B., Rainone, A., (a cura di) (2005), Due terapeuti per un paziente. Dalla teoria dell’attaccamento alle psicoterapie a settingmultipli, Laterza, Bari.

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