Primo mese dallo Psicologo

L’insorgenza della mia malattia è a mio parere da situare in diverse situazioni che mi sono accadute negli anni più recenti. Forse, la mia vita precedente all’incontro con la malattia non era ordinata dal punto di vista delle relazioni, ma la presenza di questo marchio di “malato mentale” scoraggia sia me che gli altri (vecchie o nuove conoscenze) ad iniziare un dialogo. Sino ai 19/20 anni vivevo con apparente tranquillità la precarietà dei miei progetti di vita, poi mi sono ritrovato solo, spaesato in una realtà che fino a poche ore prima sentivo mia. Tutto d’un colpo, ricordo era una giornata primaverile, passeggiavo in città vicino lo studentato, quando mi sentii fuori luogo e non a casa, anzi senza casa, senza un luogo dove sentirmi a casa e accolto, cioè solo. Da quel momento mi chiusi in me stesso e poi scelsi di tornare a casa lasciando l’università, riluttante poiché ero consapevole dell’aridità sociale e della scarsa vivibilità di un paese come il mio. Non c’è vita, non c’è socialità, in un paese del Sud per un giovane, mi ritrovavo solo in ogni momento della giornata.

Inizialmente (fino a un anno dopo il ricovero) sentivo a volte di preferire l’esperienza del ricovero in SPDC, forse perché non riuscivo ad elaborare gli stimoli esterni ed averne di miei, a volte volevo rimanere da solo come se lo stare in compagnia mi sovraccaricasse; l’esperienza del ricovero, in cui ero libero da preoccupazioni e sgombro di pensieri mi dava a volte un senso di calma, troppa calma ma a volte preferibile all’insensatezza che vedo intorno a me; a volte mi sentivo come se il mio cervello fosse vuoto, sgombro da pensieri, quasi catatonico.

Ho intrapreso una sfida insieme al mio psicologo: uno zainetto con cui attrezzarsi per vivere al meglio la vita.

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