Pensieri in Lockdown – Ipocondria e pensieri ossessivi

ipocondria lockdown

Il Coronavirus-2 (nome scientifico: SARS-CoV-2) ha stravolto non poco le nostre abitudini quotidiane. Pur essendo passato un anno, molte nostre preoccupazioni attuali e per il futuro, sono più vive che mai. Tra i tanti timori, vi è il forzato isolamento sociale o la paura di contrarre il virus, immaginando se stessi o i propri cari in pericolo di vita. Ci sono però individui, che hanno sofferto in maniera più intensa questa condizione, gli ipocondriaci. Queste persone, più di altre, sono maggiormente sensibili alle preoccupazioni relative al proprio stato di salute o alla possibilità di contrarre una patologia. Quando queste preoccupazioni, diventano una vera e propria paura, allora si può parlare di un disturbo psichico. Esso si manifesta con una paura patologica delle malattie, anche in assenza di pericoli reali nell’ambito, ad esempio, della sanità pubblica. Nell’inquadramento diagnostico, l’ansia da malattia è inserita nel DSM 5, tra i “Disturbi da sintomi somatici e correlati. Si può ben comprendere quindi che la situazione attuale (o all’inizio dell’anno 2020), rappresenti per queste persone, la conferma dei loro pensieri negativi più nefasti. Alla base di questi pensieri, sono presenti delle “credenze di fusione” identificabili su 3 domini (Wells, 2018):

  • Fusione Pensiero-Evento (Thought-event fusion, TEF) il soggetto crede che avere un pensiero intrusivo significhi che un evento si sia verificato o si verificherà in maniera certa. Ad esempio, se è presente il pensiero intrusivo di essere stati vicini ad una persona che possa essere positiva al Covid, può portare a vivere emotivamente (o credere) che il solo pensarlo significa essere sicuramente positivi;
  • Fusione Pensiero-Azione (Thought-action fusion, TAF) l’individuo crede che i pensieri intrusivi, le sensazioni e gli impulsi abbiano il potere di far fare al soggetto qualcosa di non desiderato o sgradevole. Per esempio, avere l’immagine mentale di essere ricoverati, intubati o risultare positivi (senza saperlo) ecc, può essere interpretato come qualcosa che accadrà in maniera certa e quindi il soggetto crede (e vive emotivamente) che possa essere responsabile della trasmissione del virus ad altre persone;
  • Fusione Pensiero-Oggetto (Thought-object fusion, TOF) la persona crede che i pensieri e gli impulsi negativi possono essere trasferiti sugli oggetti, diventando così pericolosi, oppure capaci di trasferirsi da un oggetto all’altro. Ad esempio, un individuo che pensa di poter trasmettere il virus attraverso la maniglia della porta, è convinto che tale pensiero possa trasferirsi sulla maniglia stessa e quindi, in futuro, toccarla potrebbe aumentare il rischio di risultare positivo o trasmettere il virus ad altre persone, facendolo sentire colpevole.

Tali credenze portano il soggetto a vivere costantemente in uno stato di ansia. Di conseguenza interpreterà erroneamente le proprie sensazioni corporee e vi attribuirà una pericolosità esagerata rispetto alla realtà (“Se mi sento cosi male, sicuramente ho preso il virus o qualche altra malattia“). Tale attribuzione confermerà ulteriormente i propri dubbi ossessivi, rafforzandoli e dando l’illusione che i conseguenti comportamenti (continue visite mediche specialistiche) possano essere un fattore riparatore alla propria preoccupazione. Quest’ansia, se prolungata nel tempo, può diventare molto invalidante per la persona, arrivando anche ad evitare tutta una serie di situazioni o stimoli attivanti: persone, luoghi, i pensieri stessi, ecc. Tali limiti influiscono significativamente, compromettendo il funzionamento dell’individuo in diversi ambiti (sociale, lavorativo, affettivo), provocando un marcato disagio. Per tale ragione, occorre considerare che l’ipocondria è la manifestazione di un disagio e di una sofferenza interiore spesso profondi, che meritano la giusta attenzione e un adeguato sostegno da parte di professionisti. La terapia per il Disturbo d’ansia da malattia è di tipo farmacologico, psicoterapeutico o un’integrazione di entrambi. L’approccio farmacologico è utile per alleviare i sintomi o per meglio controllarne alcune fasi più acute, o come supporto alla psicoterapia. Da tener presente che, proprio a causa della sintomatologia del disturbo, il soggetto potrebbe essere riluttante ad assumere i farmaci, proprio per paura di ammalarsi o di subire danni alla salute (falsa credenza). La psicoterapia cognitivo-comportamentale è ritenuta a oggi la forma di intervento più efficace per affrontare con successo questo Disturbo (Fonte: National Institute for Health and Clinical Excelence, NICE, 2011). Alla base dell’intervento di psicoterapia cognitivo-comportamentale vi è la costruzione di un’ipotesi alternativa, più adeguata e vicina alla realtà; rispetto all’erronea idea, che i sintomi sperimentati siano generati da una grave malattia. Infine, ritengo utile segnalare il risultato di uno studio condotto durante l’apice del lockdown.  Costretti nelle proprie abitazioni, molti pazienti hanno dovuto proseguire le sedute di psicoterapia da remoto, usando ad esempio le videochiamate. In questo studio, condotto da Erland Axelsson e colleghi del Karolinska Institut di Stoccolma, in Svezia, (pubblicato su JAMA Psychiatry) ha evidenziato che la psicoterapia cognitivo-comportamentale svolta online, ha un’efficacia pari a quella svolta di persona.

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