La dipendenza affettiva nella regolazione delle scelte

“Secondo te dovrei accettare questo lavoro?”

“Lui è la persona giusta per me?” “Dici che dovrei cambiare taglio di capelli?”

Questi e molti altri sono gli interrogativi che spesso poniamo alle persone per noi significative con l’intento di avere un punto di vista alternativo dal quale guardare il mondo. Altre volte ancora non abbiamo bisogno di rivolgere agli altri queste domande perché ci sembra quasi di sentire le loro voci e i loro pensieri risuonare nella nostra mente, tanto li conosciamo bene. Infine, potrebbe capitare di rivolgere a noi stessi queste domande, di prenderci del tempo, di soppesare accuratamente costi e benefici e di riuscire a prendere una decisione in autonomia.

Ma cosa succede quando l’altro diventa un elemento indispensabile per compiere delle scelte?

Sicuramente siamo immersi in un mondo di relazioni nel quale nessuno può dirsi totalmente indipendente dall’altro, ma talvolta succede di sentirsi assolutamente persi in assenza di una mente che sia in qualche modo vicaria. Ecco che allora l’essere sintonizzati con la mente dell’altro svolge una funzione fondamentale per compiere delle scelte e non sempre è necessario che l’altro sia presente se lo abbiamo interiorizzato a sufficienza. A lungo andare, tuttavia, qualcosa va storto. Affinché siano soddisfacenti, infatti, la scelte dovrebbero trovarsi in equilibrio tra i nostri valori, i nostri desideri e il contesto interpersonale. Quando compiamo delle scelte sbilanciandoci troppo in favore di uno di questi tre aspetti, con molta probabilità stiamo trascurando gli altri due. In particolare, quello che accade quando regoliamo il nostro comportamento e le nostre scelte sulla base di quelli che crediamo essere i gusti e i desideri dell’altro è di trascurare i nostri desideri e i nostri valori. Ed ecco che quello che nell’immediato sembra essere un supporto rassicurante, col tempo inizia a renderci insoddisfatti e a procurarci un senso di costrizione in quello che facciamo, come se stessimo vivendo la vita di qualcun altro.

Siamo così poco abituati ad ascoltarci e a interpretare i segnali che il nostro corpo continuamente ci invia che se ci rivolgessimo una domanda apparentemente banale come “Qual è il mio gusto di gelato preferito?” probabilmente non riusciremmo a risponderci.

Può infatti capitare di essere così abituati a sintonizzarsi sulle preferenze degli altri a tal punto da farci perdere di vista le nostre preferenze o da confonderle con quelle altrui, come se la nostra persona altro non fosse che il riflesso dell’altro.

«Sempre sei stata il mio specchio,
voglio dire che per vedermi dovevo guardarti.»

Dimaggio G., Semerari A. (2003), I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Edizioni Laterza, Roma-Bari

Cortázar J. (2018), Salvo el crepúsculo, Alfaguara, Madrid

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