Il lato oscuro della perfezione

Secondo la quinta edizione del Manuale Diagnostico Scientifico (DSM-5) il perfezionismo clinico è una caratteristica del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP) così definita: “Rigida ostinazione sul fatto che qualsiasi cosa debba essere impeccabile, perfetta e senza errori o difetti, incluse le prestazioni proprie e altrui; rinuncia alla tempestività per garantire la correttezza in ogni dettaglio; convinzione dell’esistenza di un’unica modalità corretta di fare le cose; difficoltà a cambiare idee e/o punto di vista; preoccupazione per i dettagli, l’organizzazione e l’ordine.”

Sebbene il DSM-5 collochi il perfezionismo nella sola etichetta diagnostica del DOCP, alcuni studi mettono in evidenza come si tratti di un fattore transdiagnostico che caratterizza e aggrava diversi quadri psicopatologici e in alcuni casi possa rappresentare un elemento che predispone alla psicopatologia stessa.

Quando parliamo di perfezionismo patologico è bene sapere che ne esistono manifestazioni molto diverse tra loro e che sarebbe quindi riduttivo tracciare un identikit che valga per tutti. Il filo rosso che probabilmente lega le sue diverse espressioni è da ricercare nelle elevate aspettative che si nutrono nei propri confronti o in quelli degli altri.

Ma quanti tipi di perfezionismo esistono?

Tra i più interessanti e rilevanti modelli multidimensionali proposti negli ultimi tempi trova sicuramente spazio quello di Hewitt e Flett (1991), secondo il quale esistono tre tipi di perfezionismo di rilevanza clinica:

  1. il perfezionismo auto-diretto, che consiste nella tendenza ad auto-imporsi standard personali irragionevolmente elevati e impossibili da realizzare e di conseguenza ad auto-valutarsi molto  severamente;
  2. il perfezionismo eterodiretto, che prevede la tendenza a pretendere da parte degli altri un completo adeguamento ai propri standard di comportamento;
  3. il perfezionismo socialmente imposto, in cui la credenza centrale dell’individuo è che gli altri abbiano nei suoi confronti aspettative esageratamente elevate e che sia necessario soddisfarle per avere la loro approvazione.

Pur avendo caratteristiche differenti, nello sviluppo di ognuno di questi “perfezionismi” sembrerebbero giocare un ruolo fondamentale tanto la genetica quanto le esperienze precoci di apprendimento.

In particolare, in uno studio del 2002, Flett et al. hanno preso in considerazione diverse storie di apprendimento per cercare di delineare tre distinti modelli che spieghino quali esperienze precoci possano favorire il futuro sviluppo del perfezionismo.

Il primo modello, quello delle aspettative sociali, mette in evidenza come nelle famiglie dei perfezionisti amore e approvazione dipendono dai livelli di performance raggiunti e dal soddisfacimento delle alte aspettative genitoriali. Quindi, a livelli di performance non sufficientemente elevati corrispondono restrizioni nelle dimostrazioni di affetto da parte dei genitori.

Il secondo modello è quello dell’apprendimento sociale e afferma che i bambini con genitori perfezionisti lo diventeranno a loro volta per un processo prima di osservazione e poi di imitazione.

Infine,  più complesso appare il modello della reazione sociale che sostiene come i bambini cresciuti in ambienti difficili, perché esposti a violenza fisica e/o psicologica o ad ambienti familiari caotici e caratterizzati da vissuti emotivi quali la vergogna, l’umiliazione e la deprivazione affettiva, sviluppano tendenze perfezionistiche sia per  evitare una punizione in un contesto dove è essa è altamente prevedibile, ma anche per controllare e ridurre la costante sensazione di incertezza.

Lo sviluppo di strategie perfezionistiche, che pure un tempo possono aver avuto una funzione adattiva ed essere quindi state molto utili, possono rivelarsi disfunzionali nel lungo termine poiché vengono applicate indistintamente, anche quando magari la “minaccia” originaria ha cessato di esistere. Tra gli effetti a lungo termine del perfezionismo troviamo una costante e profonda insoddisfazione che si ripercuote sul benessere e sulla qualità della vita di tutti i giorni. Standard di comportamento eccessivamente elevati possono infatti influire negativamente sulla salute fisica e mentale, sui rapporti interpersonali e sugli interessi personali fino ad arrivare a contribuire allo sviluppo di un disturbo psicologico propriamente detto.

In particolare, la persona con perfezionismo patologico, avendo dubbi costanti sulla propria capacità di svolgere un compito correttamente ed essendo molto sensibile alle critiche da parte dell’altro, può sperimentare ansia e depressione oppure potrebbe sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo proprio perché non riuscendo a raggiungere mai la perfezione cresce il dubbio di non aver agito correttamente e di conseguenza la messa in atto di tentativi di soluzione volti alla ricerca di rassicurazione.

Il perfezionismo, inoltre, è stato associato anche ai disturbi del comportamento alimentare, poiché sembrerebbe che questi siano l’espressione del perfezionismo stesso limitatamente al dominio del cibo, del peso e delle forme corporee.

In tutti questi casi i tratti perfezionistici rappresenterebbero tanto un fattore di rischio quanto un fattore di mantenimento del disturbo.

Più complessa appare invece la correlazione tra perfezionismo e disturbi di personalità, dove le evidenze sono ancora scarse, ma mostrano come il perfezionismo trovi spazio in alcuni di questi disturbi: si è visto per esempio come i pazienti borderline abbiano ottenuto punteggi più alti nel perfezionismo socialmente imposto insieme ai pazienti con disturbo di personalità schizoide, evitante e schizotipico, mentre il perfezionismo eterodiretto è stato riscontrato soprattutto nel disturbo istrionico e in quello narcisistico.

Nei casi in cui, quindi, si dovesse riscontrare non una sana ricerca di eccellere, ma una tendenza a raggiungere degli standard esageratamente elevati che causano disagio e sofferenza, chiedere aiuto può essere di grande utilità. La terapia cognitivo-comportamentale del perfezionismo clinico ritiene di centrale importanza una maggiore consapevolezza dei propri tratti perfezionistici. Questa operazione avviene sia individuando i contesti di vita nei quali tali tratti sono più evidenti e causano maggiore sofferenza, ma anche comprendendo il ruolo che i bias cognitivi hanno nel mantenimento degli stessi tratti.

È inoltre importante esplorare insieme al paziente le ricadute che il perfezionismo ha sull’opinione di se stessi, sulle relazioni e sulle situazioni lavorative o scolastiche e una volta sviluppata tale consapevolezza si cercherà di collocare il perfezionismo all’interno di un più ampio funzionamento, andando a individuare i fattori di vulnerabilità storica che possono aver contribuito allo sviluppo e al mantenimento delle tendenze perfezionistiche.

Una volta chiarito il ruolo svolto dal perfezionismo, anche alla luce della storia di vita, si può infine investire in strategie alternative e maggiormente funzionali.

Bibliografia

American Psychiatric Association (2015). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione. DSM-5. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano. (Ed. or. 2013).

Antony M.M., Swinson R.P. (2018). Nessuno è perfetto. Strategie per superare il perfezionismo. Erickson, Trento.

Flett G.L., Hewitt P.L., Oliver J.M., Macdonald S. (2002). Perfectionism in children and their parents: A developmental analysis. In G.L. Flett & P.L. Hewitt (Eds.). Perfectionism: Theory, research, and treatment (pp. 89-132). American Psychological Association, Washington, DC.

Guardini S. (2004). Perfezionismo clinico. Cognitivismo Clinico, 1, 1, 65-76.

Hewitt P.L. & Flett G.L. (1991). Perfectionism in the self and social contexts: Conceptualization, assessment, and association with psychopathology. Journal of Personality and Social Psychology, 60(3), 456-470.

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