Umanamente, oltre la tecnica

Nello scrivere un articolo così intitolato non posso che accantonare il più possibile i vari tecnicismi teorici, stilistici e linguistici, per parlare della Psicoterapia lasciando che sia la mia parte più umana e naturalmente poetica ad esprimersi.

La disciplina Psicoterapica non è solo un insieme di tecniche da utilizzare, non è solo una cornice teorica di riferimento, ma è anche e soprattutto presenza.

Indubbiamente è la stessa tecnica che ci fornisce gli strumenti per essere presenti nell’incontro con l’altro in modo benefico, basti pensare alla sospensione del giudizio, una delle prime e principali capacità che il terapeuta deve saper sviluppare ed applicare.

Tuttavia in questa dimensione di cura chiamata setting, interviene in gioco anche la soggettività del terapeuta, la sua umana e imperfetta unicità, la sua personalità, la stessa che rende possibile trasformare una sessione terapeutica in una esperienza positiva di incontro e di accoglienza dell’altro, una presenza di accettazione, riconoscimento, comprensione, e per l’appunto sospensione del giudizio.

La tecnica si fonde così con l’umana presenza, è questo connubio a permettere che accada qualcosa, che ci sia un movimento nella direzione della consapevolezza prima e del cambiamento dopo.

Paziente e terapeuta hanno il diritto (e dovere) di sperimentare e poi di riflettere sulla loro alleanza terapeutica, che ribadisco non è solo tecnicismo ma è anche umana complicità.

Affinché un percorso abbia esito positivo è necessario che il paziente possa fidarsi, ed è necessario che il terapeuta possa fare altrettanto, aggiungendo di saper accogliere e rispettare, senza scivolare nella tentazione di dar consigli (la buona prassi è di non darne) ma “pazientemente” aiutando l’altro a ritrovare il percorso di evoluzione della propria autenticità, rispettando modi e tempi, rispettandone la diversità.

Lo si può fare “pazientemente” soprattutto se “pazienti” si è stati, se il percorso formativo ha cioè previsto che il futuro terapeuta dovesse in concomitanza sedere sulla poltrona di chi ha il coraggio e l’arguzia di chiedere aiuto.

Così posso sapere cosa si prova a sedersi dinanzi a un terapeuta, so cosa si prova a mettersi in discussione, a contattare il dolore, a diventare curiosi man mano che ci si presenta a noi stessi, ad emozionarsi e fare esperienza di come quella emotività non verrà mai censurata, giudicata o bistrattata, ma sarà invece lasciata libera di volteggiare nell’aria, per sperimentarci liberi e di conseguenza responsabili.

Sì, responsabili di scelte consapevoli e libere.

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