Quella strada trepida: attraversare emotivamente la perdita

E adesso che non ci sei più, parlami ancora di te

Gran parte di noi nell’arco della propria vita si è trovato ad affrontare una perdita, sia essa di piccola o grande entità. Non è il valore oggettivo, ma quello soggettivo che attribuiamo a ciò che non c’è più. E’ la risonanza emotiva che suscita l’oggetto o la persona che va via per sempre e che non potremo più condividere.

Un bambino può disperarsi perché il suo palloncino preferito è scoppiato e non potrà più tornare alla forma precedente ma rimane solo uno stralcio di plastica e vorrebbe a tutti i costi tornare allo stato precedente “riparandolo”.

C’è chi viene lasciato dal partner e affronta il vuoto di una persona che non è più al suo fianco. Si dispera. Non sa come affrontare il tempo che segue al momento della rottura. Quell’ordine che dava stabilità all’improvviso viene sostituito dal disordine e dal fumo totale.

La perdita di un posto di lavoro, la perdita di una casa per un incidente ambientale o fiscale, il cambiamento di uno status di vita. La perdita dell’oggetto significativo genera un vuoto e automaticamente come un effetto domino scatena tutte le emozioni ad essa associate.

La morte di una persona cara porta con sé un vuoto incolmabile. Quel vuoto che riporta alla coscienza vissuti primitivi, bisogni di accudimento come se non fossero mai stati soddisfatti. L’emozione risvegliata dalla perdita è forse la più insidiosa, instabile, terrificante per chi la vive e subisce su se stesso.

Non è solo la morte di una persona che genera un lutto.

Possiamo sperimentare la perdita in tantissimi modi e sfaccettature.

Perché sono più addolorato per la morte improvvisa di un mio coetaneo per una malattia o un incidente che per mia nonna anziana”? Magari questo può generare senso di colpa per una diversa intensità di sofferenza delle due situazioni. Ogni perdita porta a noi stessi. Quanto questa scomparsa risuona con il nostro intimo, con le nostre paure, con qualcosa di incompleto che poteva essere nel futuro ma non può più essere e dobbiamo inevitabilmente arrivare all’accettazione passando per le diverse fasi emotive della negazione, la rabbia, la depressione.

Come dicevamo poc’anzi, la perdita dell’oggetto significativo non deve necessariamente coincidere con la morte di qualcuno. E’ la valenza che attribuiamo all’Altro o ad una situazione che genera l’esperienza della perdita come devastante e traumatica.

Pensiamo alla ferita narcisistica di una donna che non riesce a trasformare il suo essere donna in madre. Oppure a quella gestante che deve fare i conti con la vita che porta in grembo e allo stesso tempo con il trauma di una interruzione involontaria in età gestazionale. Un evento gioioso che si trasforma in evento luttuoso. Ci si racconta una verità alternativa per negare la sofferenza che questo comporterebbe a livello emotivo se si accettasse che una perdita è avvenuta realmente. Se accade nei primi mesi si pensa che non vedendo il bambino si avrà la forza di accettare forse meglio. Se avviene quando posso e devo vedere il volto e il corpicino di un feto che non vive più forse è più difficile e non si può più andare avanti. Allora si cerca di ritornare allo stato precedente. Facciamo come se non fosse mai avvenuto e riproviamo a diventare madre o nuovamente madre?

Prima, dopo, è sempre una perdita, è sempre un lutto per chi lo vive. La valenza è sempre soggettiva. Va rispettata, accolta, compresa e accettata.

Affrontare il lutto legato alla perdita

Ogni perdita porta con se inevitabilmente un lutto da dover attraversare, vivere, sentire, modificare, accettare e infine conservare in un luogo più intimo di noi stessi per poter andare avanti come la vita richiede.

Per poter elaborare il lutto di una perdita è necessario attraversare delle fasi principali che si presentano spesso non in maniera cronologica ma possono anche coesistere oppure fermarsi in una fase, tornare indietro. La modalità di come si passa da una fase all’altra dipende anche dal nostro vissuto, da come abbiamo imparato ad affrontare le situazioni difficili e le frustrazioni (anche piccole) nel corso della nostra vita.

La prima fase è la negazione: non possiamo accettare quanto accaduto. Vorremmo fermare il tempo a tornare allo stato precedente. La nostra vita non può continuare e siamo fermi in un punto di non ritorno. Questa è la sperimentazione del trauma.

La seconda fase è la rabbia: “Perché proprio a me?”, “E’ ingiusto”. La rabbia è una diretta conseguenza della frustrazione che si prova per aver perso l’oggetto significativo. Non posso accettarlo. Non c’è ragione per quanto accaduto. Disperazione, angoscia. Come un vortice che spazza via ogni cosa che trova, la rabbia porta via con sé ogni situazione attuale che la persona si trova a vivere nel momento presente successivo alla perdita. Nessuna parola può consolare.

La terza fase è la tristezza/depressione. La rabbia lascia spazio pian piano a quel sentimento di vuoto, l’angoscia si fa più profonda ma si inizia a sentire e sperimentare davvero il vuoto della perdita. E’ forse la fase più dolorosa perché emotivamente si percepisce che qualcosa è cambiato per sempre e che non posso far tornare le cose come prima. Ci si sente impotenti di fronte ad una realtà che posso solo accettare.

L’ultima fase è l’accettazione. Assertivamente si inizia a pensare “Devo andare avanti anche senza di lui/lei”. “Abbiamo trascorso momenti felici che faranno sempre parte di me”. Devo accogliere quello che ho, quello che la perdita ha portato con se. Dopo un incidente, ad esempio, saprò che per continuare a vivere accomoderò nuove abitudini e nuove scoperte mai esplorate prima.

Andare avanti

Con la fase dell’accettazione si nasce verso la nuova vita che segue l’elaborazione del lutto. A seconda di quello che è stata la perdita, ogni reazione e ogni ripresa sarà diversa, le emozioni negative o positive permetteranno di fare nuove scelte. Un bambino potrà sorridere con un nuovo gioco, una donna provare una nuova gravidanza o adozione, oppure accettare la ferita narcisistica di non diventare madre e vivere comunque la sua vita in maniera piena. Un’altra persona può incontrare un nuovo partner e così via. Dopo la morte, c’è la vita di chi resta che continua ad esistere.

L’aspetto fondamentale è vivere ogni singola fase intensamente. Esprimere tutte le emozioni che si provano e non cedere al senso di colpa o al giudizio esterno. Ma soprattutto rinascere da un lutto senza dover chiedere scusa per nuove felicità.

BIBLIOGRAFIA

R. A. Neimeyer, La ricostruzione di significato nell’elaborazione del lutto
Department of Psychology, University of Memphis, TN, USA

J. Sansoni, A. Giaquinto, Parent’s grief for the loss of preterm child, Pubmed; 2001; Nr. 54 (1) Jan-Mar; 3-18

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