Defusione come ansioliotico vitale

Epitteto diceva “non sono gli eventi che ci accadono a renderci tristi ma le nostre opinioni su quegli eventi“.

Se dicessimo che la sofferenza nasce dal fatto che consideriamo queste opinioni estremamente vere?

I ricercatori in questo campo, per fare riferimento a ciò, parlano di fusione cognitiva, ossia il considerare i propri pensieri come fusi in se stessi.

La defusione cognitiva è una metodologia nata in campo della terza ondata della psicoterapia cognitivo-comportamentale (ACT), la cui efficacia è stata dimostrata in numerose ricerche. Essa è utilizzata nelle situazioni in cui i pazienti, indipendentemente dalla diagnosi, sono eccessivamente “fusi” con il contenuto dei pensieri tanto da esserne largamente influenzati nelle proprie azioni.

In uno stato di fusione i pensieri:

  • rappresentano la realtà; ciò che si pensa sta accadendo o potrebbe accadere;
  • sono la verità; ci crediamo senza dubbio;
  • sono importanti; vengono presi sul serio, ponendone molto attenzione ;
  • sono ordini a cui obbediamo in automatico;
  • li consideriamo saggi; assumiamo che ne sappiano più di noi e seguiamo il loro consiglio;
  • possano essere una minaccia; diventano spaventosi e disturbanti da sentire il bisogno di allontanarli.

La fusione cognitiva è largamente presente nei disturbi d’ansia. Una persona con  Ansia Sociale ad esempio potrebbe pensare “farò una brutta figura, penseranno che sono uno incapace”, solitamente crede alla verità letterale di questi pensieri e agisce di conseguenza, probabilmente evitando la situazione sociale.

La defusione permette di gestire efficacemente pensieri e credenze sottostanti. La persona de-fusa noterà la comparsa di quei pensieri alla mente, riconoscendoli come tali e agirà come se i contenuti cognitivi non fossero presenti.

Lo scopo non è quello di modificare il contento o la frequenza delle cognizioni ma di modificarne la loro funzione (Luoma e Hayes, 2009).

La  defusione è una tecnica basata sulla Relational Frame Theory (RFT), teoria del linguaggio e della cognizione, secondo cui i pensieri acquisiscono un significato letterale, così come il loro impatto su emozioni e comportamenti poiché, si è costruita nel tempo, una relazione arbitraria tra eventi (Hayes et al 2001).

Molti dei nostri comportamenti sono governati da regole, se da bambino ti avranno detto “non toccare il fuoco, altrimenti ti brucerai”, avrai appreso ciò senza essere entrato in contatto con l’oggetto che scotta. Le regole, sono sicuramente utili in tantissime situazioni, soprattutto in ambito educativo ma in certe occasioni possono risultare dannose. E’ il caso delle regole auto-generate, ossia prodotte autonomamente sottoforma di pensieri, come ad es. “se parlerò in pubblico, balbetterò e suderò, gli altri penseranno che sono uno stupido”. Questo pensiero potrà, di conseguenza, portare a prepararsi tutta la notte il discorso (comportamento protettivo), o evitare la presentazione. Queste modalità, rappresentano meccanismi che mantengono lo stato d’ansia. (Barcaccia e Mancina 2006).

Tutti gli esseri umani sono tendenzialmente più influenzati da regole verbali che dal contatto diretto con le contingenze e la defusione rappresenta un meccanismo attraverso cui i pensieri possano essere esperiti per ciò che sono, una serie di parole, narrazioni o storie. Attraverso la defusione, si riesce ad aumentare il contatto con il mondo e con la stessa realtà.

Ma come funziona?

Hai mai provato a metterti nella prospettiva di osservatore dei tuoi stessi processi di pensiero?

Prova ad immaginare un Sushiman intento a preparare e posizionare i suoi piatti su di un nastro trasportatore per sushi. Tu ti trovi seduto proprio lì, davanti a te passano varie tipologie di preparazioni, alcune saranno più appetitose di altre, alcune le troverai disgustose, altre neutrali. Il nostro amico Sushiman non smetterà di aggiungere nuovi piatti, proprio come la mente non smette di produrre pensieri, idee, memorie. I pensieri possono essere proprio come quei piatti. Tutto il giorno lo chef della nostra mente crea queste differenti preparazioni, momento dopo momento. Possiamo  fare un passo indietro e  guardare questi piatti andare e venire liberi di scegliere se prenderli o evitarli. Quando appare un piatto disgustoso non siamo obbligati a mandarlo via così come quando appare un buon piatto non siamo obbligati subito ad addentarlo.

E se facessimo la stessa cosa con i pensieri?

Guardarli andare e venire senza per forza afferrarli e scacciarli.

Questa è una metafora che consente di rappresentare la relazione che spesso si ha con i pensieri.

Pensieri, emozioni o sensazioni difficili sono come quei piatti. Addentarli voracemente o evitarli completamente sono modalità spesso rigide che alimentano la sofferenza.

La defusione è una tecnica utilizzabile ampiamente come strumento di gestione dei momenti di difficoltà, con il vantaggio di dare benefici in tempi piuttosto rapidi. Non deve essere intesa come strategia di controllo, piuttosto come una modalità utile da interiorizzare e utilizzare quotidianamente per migliorare la qualità della propria vita.

Riferimenti Bibliografici

IL PROCESSO DI DEFUSIONE NELLA TERAPIA DELL’ACCETTAZIONE E DELL’IMPEGNO (ACT). B Barcaccia – Cognitivismo Clinico, 2012.

La trappola della felicità, come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere, “Edizione italiana a cura di Giovambattista Presti”, Erikson 2010.

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